Corpo ancestrale

Corpo ancestrale

 

Entro alla scoperta di me, di quel che in automatico sono.
Mi do per scontato, penso che tutto dipenda da me, dal mio credo e volontà.
Ma son bagatelle. Con un sorriso di sufficienza il corpo passa oltre,
non segue i percorsi della mia conoscenza: usa altri modi; sa, e non sa di sapere.

Ad esempio è sensibile al clima, in costante dialogo, è meteopatico.
Se fa freddo ci vestiamo, se fa caldo ci spogliamo: ma non c’è solo la temperatura.
Sole, pioggia, vento, nuvolo agiscon sul corpo direttamente, come fosse una pianta.
Così varia la sensibilità; tutto ci entra dai pori, tutto assorbiamo.
Un quarto d’ora di sole e siam già bell’e cotti, o due minuti di pioggia.
Passa il tempo in modo diverso «aspettando che spiova, dietro i vetri bagnati».
Il tempo che fa è parallelo al tempo che passa, il corpo lo sente.

Capelli igrometrici misurano come gli umori ci cambiano,
come siamo diversi, giù giù fino ai nervi, alla forza che distende e contrae.
Sezioni ortogonali mi tomografano millimetro dopo millimetro e non vedono nulla.
Nulla di quello che sento, di come sento mi sia vivo tutto il mio corpo.
Di come agisce e s’attiva interagendo col mondo, guidato da una cosa che la mente s’è posta.

È animale di bosco, ancor mezzo selvatico, tecnica e scienza pone in non cale.
Vive ed inspira i muschi e le gemme di pino, resine e foglie, fiori e cortecce.
Dal petto gli risale il suo odore, sudori ed afrori dopo la caccia o la corsa.
Mi stendo d’un ruscello nell’alveo, il fresco dell’acqua mi tiene compatto,
mi scivola l’acqua, mi rinfresca, mi stringe la nuca, infocate le gote.
Qui mi starei a sentirmi bosco o foresta, acqua, biscia, stambecco.
Mi rasciugan dell’acqua caldi raggi di sole e una brezza leggera passata fra i pini.

Abbiamo ancora un corpo ancestrale, sensibile in tutto a Madre Natura.
Mi da ritornare a quand’ero senza pensieri, quando male e peccato ancor non avevamo inventato.

 

Cremignane, 31 maggio 2015 (6:40)

 

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